Racconti in valigia: “Il viaggio è scoperta, curiosità, novità”

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In queso lunedì il Panda comincia la settimana intervistando un professionista molto interessante. Stiamo parlando di Francesco, fotografo di passione e professione e autore del sito Francesco Merenda attraverso cui racconta ai propri lettori delle sue esperienze e aiuta fotografi amatori a migliorare.

Ecco a voi le sue parole:

Parlami un po’ di te e del tuo blog

Ho sempre avuto un amore per la fotografia, diciamo così, a largo raggio.

L’ho sempre vissuta non come fine, ma come esperienza dentro altre esperienze, come parte di un tutto: quel “tutto” che probabilmente è sempre stato il vero centro del mio interesse.

Fotografia come strumento di comunicazione e di relazione, come espressione di idee ma, ancor di più, di un approccio generale alle cose della vita.

Ne ho vissuto aspetti diversi, dalla pratica alla formazione, tenendo sempre conto che la fotografia è documento ed espressione artistica, che si nutre di tecnica e di sensibilità, ma anche di marketing.

Che è influenzata e influenza tutto ciò che è vita intorno a sé.

E un po’ da tutto questo nasce un sito che è rappresentazione fotografica certamente, ma anche tentativo di dare corpo a qualche idea.

Idee su quello che è la fotografia e sui suoi conformismi nell’era della rete.

O magari idee su un sogno sociale e politico, cercate nei pensieri e con la macchina fotografica.

E tutto all’interno di una cornice precisa: quella monocromatica, perché il bianconero è sempre stata la prima cifra rappresentativa del mio approccio alla fotografia.

Dal principio e mai abbandonato: forse perché, come diceva uno famoso… è semplicemente più facile!

Quando hai scoperto di essere appassionato di fotografia?

Ho scoperto la fotografia intorno ai 17 anni e il colpo di fulmine è stato immediato.

Il primo approccio fu, come spesso accade a quell’età, di pura emulazione: un caro amico aveva una reflex e così… me ne procurai una anche io.

Dopo un paio di mesi comprammo un ingranditore in società e, insieme, allestimmo una piccola camera oscura e cominciammo a stampare il bianconero, vivendo praticamente di pane e fotografia.

Ben presto compresi che quel che mi attraeva era l’esperienza umana, e capii che non avrei mai fatto macrofotografia, avifauna o cose del genere.

E questo, a parte le esperienze professionali nel campo dello still-life per esempio, è rimasto per quarant’anni il cuore e il senso del mio rapporto con la fotografia.

Come secondo te si può raccontare un viaggio attraverso la fotografia?

 Su questo ho un’idea piuttosto chiara: la fotografia non è e non deve essere un fine, ma semplicemente un mezzo.

Il viaggio è per sua natura qualcosa che ci cambia, che amplifica le nostre possibilità di relazione e comprensione del mondo.

Che ci cambia, ma che viviamo comunque per mezzo della nostra natura, col nostro modo di essere e sentire quello che ci circonda.

Per questo penso che la cosa più importante sia sempre il nostro modo di entrare in relazione, coi luoghi e soprattutto con le persone.

Per tentare di comprendersi, per determinare uno scambio. Non per rubare fotografie.

Per avere in base a quello che sappiamo dare.

In una parola, quel che più conta è vivere l’esperienza.

Se questo accade, se abbiamo una sufficiente padronanza tecnica e capacità di stabilire relazioni, il nostro modo personale di raccontare verrà fuori efficacemente e nel modo più naturale.

Naturalmente, in funzione della natura del viaggio e delle mete che toccheremo, una buona preparazione in termini di conoscenza e, entro i limiti possibili, di pianificazione del lavoro che faremo, è assolutamente essenziale perché il racconto possa essere efficace da ogni punto di vista.

3 consigli che daresti a un fotografo amatoriale?

In fondo si può dire che sono già impliciti in quello che è stato detto poco sopra…

1) Non essere sopraffatti dall’ansia di fotografare, ma partire dal presupposto di “entrare” in un luogo.

Spesso scopriamo che è estremamente utile non usare la fotocamera, anche a lungo, fino a che non ci sono le condizioni giuste. Finché l’ambiente non ci ha assorbito e accettato.

Il rispetto e lo scambio solitamente permettono molto di più, rispetto al “furto” di un’immagine.

2) Conoscenza e pianificazione: a volte si può conoscere e pianificare quasi tutto, altre no.

Tuttavia, più sono le cose che sappiamo e più probabilmente faremo un buon lavoro.

Conoscenza dei luoghi, ma anche delle abitudini e degli usi locali. 

Conoscenza delle opportunità di comportamento, ma anche banalmente degli orari o dei giorni migliori per essere in un certo ambiente…

Tutto questo può risultare molto più importante, rispetto al fatto di avere un obiettivo in più in borsa.

3) Cercare di cogliere l’essenza del luogo in cui ci si trova e delle persone che lo abitano. Fotografando con lo scopo non solo di documentare, ma di raccontare un quadro di sensazioni, di cogliere quegli aspetti che lo caratterizzano nelle abitudini, nel suo speciale e unico modo di far scorrere la vita.

Alternando magari scenari ampi e dettaglio, cercando gestualità particolari, ma anche ritraendo situazioni statiche, prettamente ambientali, per avere una narrazione che possa arrivare all’osservatore come un grande e completo affresco di quel luogo. 

Cercando sempre di esserne più possibile parte, e non corpo estraneo.

Ma voglio sottolinearlo ancora una volta: prima di tutto con la voglia appassionata di vivere l’esperienza, in sé. Perché è questo che farà più ricchi noi. E più intense le nostre fotografie.

Le foto che avete visto sono state scattate proprio da Francesco!


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