Racconti in valigia: Oraviaggiando

Oraviaggiando

Abbiamo intervistato Giovanni, autore del blog oraviaggiando.it che ci ha raccontato di sè, delle sue esperienze e delle sue idee sul mondo travel.

 

Raccontaci un po’ di te e del tuo blog

Oraviaggiando è molto di più di un blog. Oraviaggiando è una guida nel senso più bello del termine, una bussola che ti indica con precisione assoluta il posto giusto che fa per te in termini di ristorazione; ti indica la direzione dell’incontro con una nuova cucina e ti racconta il contorno di un’esperienza che sarai tu a vivere. Oraviaggiando nasce nel 2007, momento storico in cui sul web – parlo qui in Italia – c’era solo 2spaghi a dispensare qualche consiglio su itinerari gastronomici di rilievo. A differenza di 2Spaghi, che consigliava attraverso recensioni dei singoli utenti come del resto fa oggi Tripadvisor, Oraviaggiando fu pensato in modo più etico e professionale. Eliminammo le inutili classifiche e i punteggi discutibili, concentrando l’attenzione su identità, storia e cucina del locale visitato. Ogni redazionale, infatti, ancora oggi regala al lettore un entusiasmante “viaggio” nel mondo del ristorante. Con il ristoratore ci impegniamo ad un incontro vero e autentico ponendoci come mezzo attraverso il quale raccontare la storia, le persone che ne fanno parte, la passione che muove le scelte, il sacrificio e i casi di successo.

Oraviaggiando è una mia idea. Sin da bambino amavo il mondo della ristorazione. A dire il vero, da piccolo ero convinto che un giorno avrei aperto un ristorante tutto mio; ricordo ancora bene la felicità e il senso di meraviglia che provavo quando, con i miei genitori, si andava a trovare Zio Vincenzo, ecclettico ristoratore, ancora oggi ricordato con malinconico riguardo dagli abitanti di Locorotondo. Un ristorante tutto mio non l’ho mai avuto, ma la passione per questa bellissima e difficile attività è rimasta.

La scintilla che fece nascere l’idea di creare un portale enogastronomico, però, arrivò quando fui assunto da una società bolognese che commercializzava opere d’arte. Chilometri e chilometri in giro per l’Italia per incontrare collezionisti e appassionati fruitori. Ogni giorno una città differente e ogni giorno un ristorante da scegliere. All’epoca, a parte la guida Michelin, non c’erano altri strumenti per trovare ristoranti di qualità.

 

La cucina è un elemento fondamentale di un viaggio. Che ne pensi?

In un viaggio, la cucina è tutto: è l’elemento distintivo che ti permette di conoscere la storia, la cultura, le tradizioni, gli usi e i costumi di ciascuna porzione di territorio. In ogni singolo comune d’Italia ci sono aneddoti che prima o poi si collegano con il cibo. Subito dopo i dialetti, ci sono i piatti che raccontano i passaggi delle varie dominazioni, delle grandi famiglie e di come erano divisi un tempo i territori. Si, la cucina è l’elemento fondamentale di un viaggio, per questo amo frequentare i ristoranti che si impegnano ancora oggi a preservare le ricette di una volta.

Che rapporto hai con la cucina straniera?

Ho un ottimo rapporto con tutto ciò che mi restituisce piacere e senso di meraviglia. Amo il Curry e il Cardamomo così come amo i pepi. Pepe nero e verde dell’India, Pepe rosa brasiliano, pepe Malagetta  della Guinea o il pepe selvatico del Madagascar. Amo lo zenzero e il galangar, il topinambur e la noce moscata. Non ho pregiudizi di nessun genere: se un piatto è fatto bene ed è buono, non esistono confini. Se devo rimanere in Europa, posso solo ammettere che non amo la “cultura” gastronomica tedesca.

 

Cosa suggerisci a chi è restio a provare nuove culture in termine di cucina.

Questa domanda mi permette finalmente di esprimere un’opinione personale sul concetto “mi piace” o “non mi piace” o sul concetto di essere più o meno “restio” su una cultura gastronomica. Parto dal presupposto che per godere al meglio un “assaggio” bisogna avere in testa una mappa dei sapori molto grande. Quando ero piccolo non amavo i formaggi erborinati, i cavoli e le verze. Oggi fanno parte dei miei ingredienti preferiti. Con questo voglio dire che man mano che si fa esperienza e man mano che si immagazzinano sapori e odori, il nostro cervello ci restituisce sensazioni sempre più appaganti. Quanti di voi conoscono persone che non mangiano formaggi stagionati quasi fossero per loro il demonio. C’è sempre un blocco nel nostro cervello che non ci permette di godere di un determinato gusto o di un determinato prodotto. Cosa suggerisco, quindi, a chi è restio a provare nuove culture? Suggerisco di assaggiare lentamente, cercando di non interpretare il piatto come un unico “pacchetto” da ingurgitare tutto insieme, ma come un qualcosa da scoprire. Assaggiate, fermatevi, assaggiate, fermatevi, assaggiate, fermatevi.  

 

Quali sono le destinazioni che ti hanno colpito di più?

Credetemi, in ogni regione ci sono luoghi meravigliosi in cui mangiare cose stranissime e buonissime. Forse sono di parte, ma amo la Valle D’Itria in Puglia. I Trulli, i chilometri di muretto a secco che delimitano le strade, la cucina autentica e incontaminata, l’aria buona, il clima. Questo è il posto in cui mi fermerei per sempre.

Il tuo sogno nel cassetto per quanto riguarda i viaggi?

Purtroppo non sono mai stato a New York. Vorrei andarci non certo per motivi enogastronomici ma perché mi piacciono gli opposti, i contrasti, il rovescio del mondo: amo la campagna desolata e le riviere popolose, le spiagge deserte e i centri urbani affollati, i campanili e i grattacieli.

 

 

Ringraziamo ancora Giovanni per questa bellissima intervista. Vi ricordiamo che potete trovare il blog  qui

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