Racconti in valigia: Marco Costarelli

In viaggio con Marco

Abbiamo intervistato oggi Marco, autore del blog omonimo Marcocostarelli.com, che ci ha raccontato dei suoi viaggi e delle sue idee sul mondo travel.

 

Raccontaci un po’ del tuo blog, come è nata l’idea?

L’idea del blog è nata per una questione di coerenza personale e pubblica. Era il 2007 e internet era in continuo fermento, tutti correvano dappertutto, c’erano bolle di mercato, ad esempio i .com, in USA si preparava la grande bolla finanziaria che è scoppiata dopo un anno, c’erano i blog, iniziavano a farsi strada i social network e però tutto si avvicendava e si rincorre anche oggi in un marketing sfrenato di prodotti e servizi e quindi mi sono detto, voglio andare in controtendenza e mantenere una traccia di coerenza fra me e gli altri. Così ho iniziato nella maniera più classica possibile con una frase “smettiamo di correre senza motivo”. In un mondo in cui le masse fanno a gara a chi corre più veloce, ho cercato, e sto cercando di mantenere in coscienza, qualche motivo di riflessione, uno spazio dove chi passa, magari per caso come voi, possa avere semplicemente consigli, o magari darmeli, senza pretese e soprattutto per cogliere aspetti che possano essere utili a darci un modo migliore con cui affrontare la vita. Non ho la pretesa di sapere come si possa smettere di correre ma forse, iniziando ad osservare e capire il senso di ciò che ci sta intorno, le piccole cose, qualcosa di buono può venire fuori. Insomma questo blog è una parte di me, fare o scrivere quel che reputo in coscienza necessario e magari scoprirmi utili a qualcosa di importante per tutti.

 

Quale legame c’è tra viaggi e cultura secondo te?

Si rischia l’estinzione della cultura e voi se siete “Panda” sapete cosa significa questo rischio. Battute a parte dal mio punto di vista, forse per deformazione professionale, bisogna dividere due aspetti diversi di legare la cultura ai viaggi che sono nel contempo interconnessi. Mi spiego meglio: un aspetto è quello di mettersi dalla parte di chi disegna la strategia di comunicazione vincente per promuovere ad esempio un evento culturale con l’obiettivo di vendere il territorio attraverso lo stesso, e l’altro è viverla da fruitore e curioso. Rimane una differenza sostanziale tra la cultura e la vendita che si fa di essa. Oggi sembra che la cultura sia sempre più qualcosa che si tende a vendere insieme al territorio e per cultura ci si ferma troppo spesso a considerare gli aspetti storici di un determinato luogo, che siano rappresentati da monumenti, musei o opere d’arte, questo per me è estremamente limitante e porta all’estinzione del concetto della cultura stessa. L’opera d’arte, chiesa, museo o monumento che sia, vede oggi un appiattimento tutto intorno di vetrine di franchising omologanti che la fa divenire il trionfo dell’omologazione. Questo aspetto appiattisce l’esperienza che quel monumento da di se stesso. Questo accade secondo me perché dividiamo la cultura in settori, quali, l’arte, l’artigianato, la cultura agricola, il design ecc. Sono aspetti che un tempo andavano semplicemente insieme, Leonardo da Vinci non era solo un artista, ma era artigiano, ingegnere e meccanico per il suo tempo, creava cultura senza un ufficio di ricerca e sviluppo. Oggi tutto è troppo diviso in compartimenti stagni, e questo non so quanto riesca a far crescere la società. Mi spiego meglio, se avessimo l’incarico di promuovere un quadro rinascimentale, in quanti di noi ci fermeremmo davanti all’opera a cercare di capire quello che voleva intendere l’artista, in quanti ci domandiamo cosa volesse comunicarci, magari anche tra le righe il pittore stesso? Guardate il successo del Codice da Vinci di Dan Brown, al di la dei suoi aspetti veritieri o meno, secondo me la cultura, specie nel campo dell’arte funziona in campo turistico, quando, in qualche maniera riesce a tirare fuori quello che sembra essere sotto gli occhi di tutti, magari generando anche polemiche ben calibrate che indubbiamente però hanno l’effetto di generare anche ritorni dal punto di vista degli arrivi. La difficoltà sta nel considerarne tutti gli aspetti e soprattutto nel tirarli fuori in maniera che non dia adito alla ‘fake news’ facile ma porti il fruitore a porsi delle domande, perché in fondo, tutti cerchiamo risposte ed una parte del viaggio la dedichiamo inconsciamente a cercarle, altrimenti rimaniamo solo turisti. Chiaramente ho toccato un esempio cinematografico e letterario dei nostri tempi perché forse è quello che ha fatto più notizia negli ultimi tempi, ma se pensiamo al lavoro di un vetraio o di un vignaiolo, il meccanismo di curiosità e di conoscenza che ci spinge ad andare a vedere come lavora, in fondo è lo stesso, se riesce a darmi qualcosa ok, altrimenti passo avanti. Per questo la cultura la si può trovare in tanti aspetti del vivere, ed è l’essenza stessa del viaggio, sia quando lo intraprendi che quando lo costruisci, ha senso viaggiare, secondo me, se lo si fa per migliorarsi e per arricchirsi per quanto possibile se stessi e gli altri. Oggi la cultura anche attraverso la tecnologia sta mutando le proprie funzioni, esiste l’arte contemporanea e la fotografia, in un mondo così settoriale, forse per non estinguersi e rimanere Panda, si ha bisogno di una visione d’insieme di tutto ciò che fa cultura.

 

 

Preferisci viaggiare in Italia o nel resto del mondo?

E’ indifferente purché riesca a scoprire qualcosa di inaspettato o di insolito.

 

 

Raccontaci un aneddoto di uno dei tuoi viaggi

Beh per come sono distratto e disordinato ce ne sarebbero tanti di aneddoti ma posso raccontarvene uno che mi è capitato a New York mentre cercavo la metropolitana per andare a Manhattan appena atterrato. Mi ricordo che l’aeroporto stava per andare in “modalità notturna” quindi molti info point erano chiusi o stavano chiudendo e fare i biglietti telematici non era facilissimo. Anche se un po’ d’inglese lo conosco decido di affiancarmi ad una famiglia di inglesi che erano scesi dall’aereo con me. Dovevamo andare tutti alla Stazione Centrale quindi mi accodo a loro ma, di fronte alla macchinetta li vedo estremamente titubanti. Quindi scorgo un tizio in divisa che in un primo momento mi sembrava messicano, gli chiedo in inglese indicazioni e lui con un’accento inglese fortemente partenopeo mi spiega tutto, e alla fine mi esce un “grazie” chiaramente in italiano. la sua risposta fu “Guajo’ si immigrato anche tu mi ricordi a me 20 anni fa che pien’ e valige sbarcavo qua a Nuova York, hai capito la la road map? Se vuoi te la ripeto non fa complimenti.” -poi guarda più avanti vede altra gente e mi chiede- “Ma stai con la tua family?” -rispondo che sono inglesi che devono fare un pezzo di strada anche loro e mi fa- “Saranno pure madrelingua loro ma me sembrano più persi e te, dai aiutali va”. Beh inutile che vi spieghi l’orgoglio che ho provato ad essere italiano quando gli ho detto “Came with me”  

 

Sei mai rimasto in contatto con persone conosciute durante i tuoi viaggi?

Si molto spesso

 

 

C’è stato un viaggio che pensi abbia segnato un punto di svolta nella tua vita? Se si quale?

Sicuramente l’esperienza in Camerun mi ha segnato molto. Ma anche ultimamente andare qua attorno nei luoghi del terremoto, vivo dentro al “cratere sismico”. Ho trovato molti collegamenti fra i rifugiati di qui e di laggiù tanto che quest’estate il Comune di Esanatoglia, vicino al paese dove vivo ha ospitato una manifestazione proprio dal titolo #siamotuttirifugiati erano assonanze in tal senso tra quello che si vive in mezzo alla foresta e tra le nostre montagne da dopo gli eventi sismici del 2016. Sono stato per un mese circa in Camerun nel 2015 e ho visitato alcuni villaggi Pigmei che sono stati aiutati (attraverso aiuti veri) dall’opera di un Missionario Padre Sergio Ianeselli che è 40 anni che sta laggiù (trovate la sezione sul menù del mio blog e se volete potete contribuire alla sua missione), ho visto aspetti di una cultura diversa da quella occidentale, che forse non sono nemmeno stato in grado di descrivere fino in fondo. Ho visto da laico quale sia il reale contributo che il cosiddetto occidente da a questi popoli, a tal proposito mi piacerebbe molto continuare ad essere d’aiuto realmente per loro. Ma non è facile.

 

Ringraziamo ancora Marco per questa bellissima intervista. Vi ricordiamo che potete trovare il suo blog qui

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